Un altro turismo culturale

Cultura e Turismo:separati alla nascita
Con la cultura (non) si mangia? E con il turismo? E con entrambi? Con quale delicato equilibrio si può parlare di valorizzazione turistica del patrimonio? Alcuni dei tormentoni che in tempo di crisi stanno invadendo le pagine culturali delle principali testate nazionali, i blogs e i social networks. 

Già perchè la crisi ci ha ricordato che i beni culturali rappresentano una grande risorsa e attrattiva del nostro paese, e che ad oggi non esiste ancora un sistema Paese strutturato in grado di generare politiche e interventi integrati per sostenere, gestire e valorizzare anche in termini di sostenibilità economica quello che in tanti definiscono il petrolio d’Italia. I professionisti della cultura accusano da una parte la mancanza di investimenti e i tagli al Mibac (oggi Mibact), che negli ultimi dieci anni ha visto il proprio budget ridotto di più del 40%, gli operatori del turismo incalzano dall’altra ricordando come manchi del tutto una visione manageriale e imprenditoriale dei beni culturali. I primi rivendicano le priorità della tutela e della conservazione paventando il rischio di trasformare musei, teatri e biblioteche in aziende, i secondi non perdono occasione per sottolineare come all’estero riescano a valorizzare con successo laddove noi falliamo. Ma si può parlare di una reale sinergia tra questi due mondi così vicini eppure così lontani per modus operandi e per tradizione culturale? Quali e quanti sono gli spazi concreti di dialogo e confronto tra professionisti della cultura e del turismo in Italia? Il Mibac ha acquisito solo di recente la delega al turismo (settore relegato fino ad oggi ad un Ministero senza portafoglio) e dovrà certamente compiere molti sforzi per poter trovare un equilibrio tra queste sue due anime e ancor prima per acquisirne consapevolezza. Viene anche da chiedersi se all’interno della sua struttura che soltanto in questi ultimi tempi ha finalmente visto l’inizio di un turn over del personale di soprintendenze, biblioteche, archivi, musei e siti archeologici, verranno mai integrate professionalità e competenze che creino una reale svolta in termini di innovazione digitale e tecnologica.

Il web, questo sconosciuto

In tanti se ne stanno infatti accorgendo e ne hanno cominciato a parlare: l’appena conclusa Borsa del Turismo Archeologico di Paestum ha ospitato al suo interno il primo meeting dei cultural heritage bloggers, figure tanto strategiche quanto sconosciute almeno nei settori legati ai beni culturali. Molto interessante anche il progetto #svegliamuseo, che sta cercando di stimolare nelle istituzioni museali italiane l’utilizzo consapevole ed efficace dei social media, che in molti enti sono ancora considerati come un passatempo da stagisti. Non dimentichiamo infine l’esperienza di #invasionidigitali che si sta impegnando con grande successo nel divulgare la cultura su piattaforme aperte, anzi di liberare la cultura nel web, portando alla ribalta l’annosa questione del copyright. Insomma che il mondo sia cambiato molti lo hanno capito e stanno lavorando concretamente perchè anche altri ne prendano atto, ma all’innovazione digitale dovrebbe accompagnarsi di pari passo una vision innovativa del management dei beni culturali che si muova anche in altre direzioni e non si immobilizzi unicamente nella conservazione.

Un altro turismo culturale è possibile

Valorizzare turisticamente il nostro patrimonio non è un crimine culturale, tantomeno dovrebbe essere considerata dalle classi dirigenti un’operazione non compatibile con le finalità di tutela, conservazione e ricerca scientifica. Non varrebbe la pena iniziare ad aprirsi ad un dialogo con gli operatori e le imprese del turismo, in maniera da creare una comunità di intenti e di obiettivi condivisi che portino allo sviluppo di nuove idee e progetti? Roma, Firenze, Venezia: i grandi tour operators snobbano le realtà “minori” perchè meno rilevanti, o perchè non strutturate e proponibili in un mercato in cui i turisti sono sempre più esigenti? I nostri siti culturali non possono continuare a vivere di rendita e tanti saranno costretti a chiudere da qui a 5 anni. Ovvio che logiche strettamente aziendali non possono essere applicate tout court al nostro patrimonio culturale ma le logiche di esclusività e conservatorismo hanno fallito, non solo dal punto di vista economico ma anche a livello sociale, se pensiamo che 6 italiani su 10 non visitano i musei. Insomma nuovi modelli gestionali che lascino spazio a progetti creativi e trasversali, nuove forme di autofinanziamento, e interventi seri e programmati che stimolino le capacità autoimprenditoriali delle nuove generazioni, sono solo alcuni dei passi che ci auspichiamo vengano mossi in questo momento: la Cultura rappresenta ancora il 5,8% del Pil, il Turismo il 10,3%, non è certo ottimismo credere che una sinergia dei due settori possa esponenzialmente implementare questi dati. Forse in Italia non si vivrà di cultura ma almeno non saremo costretti a sopravvivere di cultura, come si è fatto fino adesso!

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